Nel 1986 è nato in Italia un modello di alimentazione alternativo ai fast-food; Carlo Petrini e gli altri fondatori hanno scelto di chiamarsi Slow Food (in inglese, mangiare lentamente), per contrapporsi alla logica del pasto veloce dei fast-food. Slow Food vuole soprattutto sottolineare l’incompatibilità tra chi – come McDonald’s e la grande industria alimentare – vede il cibo unicamente come fonte di profitto e chi sostiene che il cibo debba essere “buono, pulito e giusto”. Cibo “pulito” significa sostenibile: McDonald’s e soci sono responsabili della deforestazione di vaste aree della foresta pluviale centroamericana per creare pascoli nei quali il bestiame destinato alla macellazione diventerà hamburger; il disboscamento serve anche per le enormi quantità di carta necessarie all’impacchettamento dei cibi (McDonald’s utilizza solo una piccolissima quota di carta riciclata). Cibo “giusto” è cibo che dà un reddito dignitoso e non sfrutta chi lo produce; dai dati di Greenpeace inglese l’80% dei lavoratori di McDonald’s sono part-time, in un anno il turn-over raggiunge il 60% (negli Stati Uniti addirittura il 300%); gli stipendi sono bassi e le possibilità di promozioni minime; negli USA i dipendenti non aderiscono ai sindacati perché temono di essere licenziati; questo sfruttamento della manodopera e la scarsa qualità delle materie prime – conclude Greenpeace – sono la spiegazione  dei prezzi bassi dei fast-food. Il cibo, infine, dovrebbe essere “buono”, cioè piacevole per il gusto e non dannoso per la salute; il modello McDonald’s è il modello del cibo-spazzatura, un’alimentazione piena di grassi saturi, zuccheri raffinati, prodotti animali e sale (sodio) e povera di fibre, vitamine e minerali; 50 anni di fast-food hanno portato gli USA al poco invidiabile primato dell’obesità mondiale, con circa il 70% dei suoi cittadini sovrappeso ed esposti a tutta una serie di malattie cronico-degenerative, in particolare a diabete, ipertensione, tumori e disturbi cardiovascolari, con una diffusione di queste malattie molto più alta che in Italia, a riprova del fatto che mangiando male ci si ammala.

Ma forse non è neanche questo il lato peggiore di McDonald’s e soci: il vero motivo per non andarci è l’omologazione dei gusti e delle cucine – quindi delle culture – di tutto il mondo. Non c’è niente di più potente del cibo per definire la nostra identità di gruppo etnico (come capire l’Italia senza il pane, la pasta e i prodotti del grano?). Conoscere la cucina dei altri Paesi è un modo per avvicinarci alla loro cultura, per confrontarci con loro; se andiamo sempre nei fast-food, non capiremo mai il mondo. (2-2014)